Quanto è greedy il tuo lavoro?
di Andrea Laudadio


In italiano, Greedy: ingordo o avido, ma attenzione! Non ti sto chiedendo se sei avido o ingordo a lavoro, ma quanto il tuo lavoro sia avido e ingordo di te, in particolare di quel bene che Seneca consigliava di gestire con parsimonia, di non sprecare mai: il proprio tempo; perché un greedy work è un lavoro che – avidamente – ti toglie qualcosa, partendo dal tempo.


Non vuol dire che ti fa soltanto lavorare di più delle ore che dovresti (sic!), ma ti costringe a essere sempre all’erta; a rispondere con immediatezza a chiamate estemporanee di un capo o di un cliente, avere sempre e solo in testa il lavoro, non poter pianificare la vita privata perché si è sempre costretti a dare la priorità al lavoro. E non importa come questo si manifesti, se con una e-mail a notte fonda, un WhatsApp nel weekend, una telefonata durante la cena con la famiglia, una riunione molto fuori dall’orario di lavoro, in tutti i casi: il tuo lavoro è “ingordo di te”!


L’espressione greedy works resa popolare da Claire Cain Miller in un articolo sul New York Times (del 2019, dal titolo: Work in America is Greedy. But it doesn’t have to be), nei prossimi mesi sarà sempre più al centro dell’attenzione, pian piano che scopriremo meglio – tutti e finalmente – le opere della Premio Nobel per l’economia 2023: Claudia Goldin; perché è lei a metterlo in relazione al gender gap.

L’equazione è semplice, i greedy works spaventano le donne che hanno carichi di cura e sono alla base del blocco di molte carriere femminili.


Capiamoci però, non esistono in assoluto lavori greedy, ma esistono modalità di lavoro greedy. Anzi, diciamolo proprio per bene: esistono capi e culture organizzative decisamente greedy, che pongono le persone davanti al bivio: aderire e rinunciare ad una parte di sé oppure scappare via.


Greedy è libertà ridotta, è una prigione di sensi di colpa che incastra le persone.


Un mio amico diceva sempre che le carriere si costruiscono restando dopo le 18 in ufficio per parlare di come organizzare le guerre tra bande e le partite di calcetto. Oggi, aggiungerei: e a parlare dell’amore ricambiato e reciproco con il nostro greedy work.


La Gen Z è contraria al greedy, alle modalità ed effetti. Hanno ragione! E hanno la possibilità – per la prima volta – di spezzare questo gioco nocivo, sia per i lavoratori sia per le lavoratrici. Spero per loro e per tutti noi che ci riescano.


Ma non possiamo lasciarli soli in questa azione, tutti noi dobbiamo costruire strumenti che misurino quanto i capi e le culture organizzative siano greedy e dobbiamo in tempi rapidi definire pratiche, strumenti e norme che consentano di contrastare questo sgradevolissimo, obsoleto e funesto fenomeno.

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